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Landuca
Landuca nacque in un cascinale della bassa pianura modenese, tra le urla della madre e le mani secche della levatrice. Un ragno raggiunse nell’angolo alto della finestra una mosca abbozzolata. L’accarezzava con le lunghe dita.
Landuca piangeva. Strano per un neonato piangere in silenzio.
La levatrice si passò il fazzoletto sul naso paonazzo e lo gettò nella sporta insieme al camice appallottolato. –Signora, si riguardi e per quanto riesce lo allatti lei il piccolo.
La madre di Landuca allungò il bimbo alla levatrice. Portò le caviglie gonfie sulla sponda di ferro. -Mettilo via, nella culla.
Affetta da ipocondria congenita, donna lenta anche nel formulare il pensiero,richiamò la levatrice che già premeva la mano sulla maniglia: –Il pitale.
Non ebbe mai alcuna autorità sul figlio quella donna, anche per il fatto, diceva lei, che quel vigliacco era più svelto degli scarafaggi del lavandino; rimaneva lì con la ciabatta in mano e quello già spariva nella campagna, incurante delle sue urla, se ne infischiava delle sue maledizioni e non credeva, quel bastardo, alle lacrime di sua madre, come quell’uomo dalla pelle malata, il Tosco incontrato alla fiera. L’aveva seguita a piedi lungo la carraia, polverosa e dolce in quella sera d’agosto, era entrato nella stalla tra le gabbie dei conigli, le mangiatoie, ma con le prime nebbie uscì dalla sua vita, se ne tornò sui monti in mezzo ai boschi, un mese prima che il figlio nascesse, bastardo pure lui, non si lascia una donna soltanto per nascondersi lassù, nel fitto delle foreste, dove il vento si lamenta tra gli alberi e porta il ricordo di amori antichi e morti, come diceva la canzone. Cosa gli costava invecchiare con lei servito e riverito, raddrizzarlo insieme quel figlio mal cresciuto che se ne tornava a casa soltanto quando c’era un tale freddo da ghiacciarsi il fiato e i contadini non lo facevano più entrare nei fienili. Soltanto in giornate gelide come quella se ne tornava e si rincantucciava muto in un angolo della cucina.
-Sai che è venuto il maresciallo l\'altra mattina? Hanno arrestato uno che teneva della roba nella borsa del motorino.
-Come si chiama? chiese Landuca.
-Si chiama Tommaso.
-Quello che sta alle Chiuse?
-Si, quello.
Landuca spostò il bricco in un angolo,sollevò i cerchi della stufa, soffiò sulla cenere, rimise il bricco sugli anelli.
-Con lui c’era anche una ragazza?
-Si.
Caterina della Svolta?
-Eh già, figurati se tu non la conosci...se tu non conosci tutte le vacche della bassa... Allora te lo dico. Ti dico che la tua amica ti ha sputato. Adesso il commissario lo sa che ci sei dentro anche tu.
E’ già venuto due volte. Anche ieri. Ti vuole interrogare.
Landuca guardava fuori dalla finestra.
Pioveva un nevischio fine.
-Ha detto quando torna il maresciallo?
-Si che ha detto che torna. Stasera alle cinque torna.
-Non mi trova. Alle cinque sono già lontano, di là dal canalone,nelle terre di nessuno.
Landuca non capiva perché la Caterina ce l’aveva con lui.
Voleva salvare Tommaso. Però a Tommaso la Caterina non ci interessava. Sulla moto ci voleva una intelligente, che non sa di stalla, sa fare i ragionamenti sulla società e sulla politica. La Caterina era solo capace di starsene zitta a testa bassa, pulire sotto alle bestie, non ridere mai.
La madre di Landuca scostò la tenda.
-Il maresciallo è venuto prima questa volta. Con lui ci sono altri due con la divisa da carabiniere.
Landuca fece un sorriso cattivo. Uscì dalla finestra e saltò nella barchessa. Salì la scala a pioli del fienile. In una parte del muro che conosceva lui, spostò alcune pietre. Si infilò per intero dentro al buco e rioccultò il passaggio.
I vecchi pioli della scala gemevano sotto il peso del maresciallo e degli attendenti. –Frugate sotto il fieno, si sarà ben nascosto da qualche parte? Oppure è scappato giù per la gronda quel serpente!
-Marressciallo, qui non c’è traccia di anima viva. Ci stanno solo dei piccioni caccottoni!
Landuca sentì di nuovo la scala scricchiolare, le urla di sua madre che giurava che non lo vedeva da settimane quel cane, la camionetta ripartire. Landuca venne fuori dal buco, scuro negli occhi. Stingeva una roncola nel pugno.
Arrivò alla Svolta nel buio pomeriggio.
Si intravedeva nel fondo della stalla la sagoma della ragazza. Caterina lasciò cadere il secchio e indietreggiò fin dentro al recinto dei vitelli.
-Cosa ti importa di me? piangeva,-lasciami perdere.
Landuca si sedette sul muretto. La testa gli girava.
-Caterì, da te non me l’aspettavo il male.
Si portò alle spalle di lei e tirandole i capelli la costrinse a sollevare il collo. Con un colpo di roncola ne recise una ciocca ai lati di un orecchio, proseguì con quelli sulla fronte, fino a renderla una misera cosa.
-Mi piacevano tanto i tuoi capelli, Caterì. Tu non sai quanto.
Così non ti rimpiango adesso che me ne vado sulle montagne.
Caterina si passava la mano incredula sul capo, guardava Landuca svanire nella neve e urlava:
-Così tanto? Non così tanto mi dovevi amare!